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domenica 24 agosto 2008

Gli Abissi di Lino Pellegrini

















I pomeriggi agostani qui a Torino non sono particolarmente deserti ma uscire a zonzo dopo l'ufficio in questa condizione di maggior silenzio porta a bighellonare più del solito e, come a volte succede, vagare senza meta favorisce qualche incontro fortuito. Questa volta, vestita del mio umore più disfattista, mi imbatto in una di quelle bancarelle permanenti che vendono fumetti, libri, enciclopedie, riviste rigorosamente di seconda, terza, quadrupla mano.

Lo scaffale dedicato a mare e montagna propone in bella vista una enciclopedia del mondo sommerso datata 1971 e un libro dal titolo accattivante: "Sub. Il libro degli abissi di Lino Pellegrini", questo datato 1957. Sono certa che qualcuno di voi ha già incontrato questo nome e approfondito la conoscenza con questo autore ma io sono paurosamente ignorante e spesso poco curiosa, di conseguenza poco so della storia della subacquea, anche perché, come per altri interessi, per appassionarmi alla storia delle immersioni con gli scafandri, alle incursioni con i maiali, alle prime miscele utilizzate o ai primi ARA mi serve prima una storia personale che mi guidi e mi faccia strada. Ecco quindi la storia che mi serviva.
Tanto per cominciare sembra che a coniare il termine sub per identificare sommozzatori, palombari e apneisti, sia stato proprio Pellegrini. Ma chi era? Uno scrittore, un giornalista, un esploratore. Nel 1939, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, è imbarcato sul peschereccio "Tonno" sul mare artico per le battute di pesca di merluzzo che, per i lunghi mesi della "estate" del Polo, attirano norvegesi, inglesi, francesi, svedesi in una continua gara alla conquista delle acque più pescose, una gara fatta di qualche innocuo sotterfugio e di qualche tiro dritto giocato dai marconisti.
Dopo tonnellate di pesce squartato e stivato, strani pesci chiamati lupo e l'addio al periodo di pace, ci ritroviamo a Gibilterra subito dopo la guerra a seguire il racconto che Pellegrini ha appreso sulla corazzata "Italia" sulla quale erano imbarcati il cugino, capitano di Vascello, e il capitano di Fregata Birindelli, protagonista solitario di una delle incredibili storie dei mezzi d'assalto subacquei, i maiali appunto, e del tentato affondamento a Gibilterra della nave di battaglia "Barham".
Ora, già si dovrebbe capire che il personaggio che mi sta guidando tra corazzate, palombari e storie di sminamento nei porti italiani del dopoguerra, deve avere qualcosa di speciale perché mai mi avete sentita anche solo citare episodi di guerra, atti di eroismo e medaglie al merito. Non sarebbe pane per i miei denti, di norma.

E'ora però di conoscere i palombari, col berretto di lana rossa, che negli anni del dopoguerra hanno bonificato e reso nuovamente accessibili e operativi i porti delle nostre città. Manichette, scarponi, scafandri, valvole di scarico sull'elmo, pressione e limiti di profondità, poi audacia, coraggio, senso del dovere e passione. La prima immersione di Pellegrini è, strano a dirsi oggi, proprio da palombaro e a prepararlo e guidarlo alla scoperta del "secondo universo" sarà Giorgio Baucer. Ecco uno stralcio:
Sono stato bardato delle ruvide lane; poi, non senza sforzo, insaccato tra la tela gommata e gli anelli metallici; finalmente, gravato dall'elmo, dai noti pesi e dagli scarponi, buona parte del mio entusiasmo comincia a svanire. Un goffo volteggio fuor della barca [...] subito l'acqua mi ghermisce i polpacci con decisa pressione, mentre il mio abito si va gonfiando sotto il sollecito pompaggio di due robusti marinai. Sul momento galleggio, non riesco a immergermi. Inclino il capo, percepisco la valvoletta, la premo, e lo scarico dell'aria mi giunge all'orecchio sotto forma di un intenso borbottio; il borbottio mi appesantisce, mi cala a fondo. [...] La spinta dell'acqua mi ha alleggerito istantaneamente d'ogni peso: ciò che ancora mi frena non è peso, è impaccio. [...] In quei giorni vedevo levar dal fondo munizioni su munizioni, come acqua da un pozzo; ma non fu un proietto, non una mina, non un postumo di guerra, a porgermi l'emozione deliziosa, sottile. Fu soltanto una strisciolina brillante di carne viva, una minuscola donzella, tremula nella pinna dorsale e nella codetta esile; di là dalla logica, o forse per logica istintiva, la percezione concreta del mio stato mi giunse in quell'attimo per la prima volta. Nuotavo presso il pesce, nel suo stesso elemento, vincevo essenziali leggi di natura: meraviglia dello scafandro! Il pesciolino mi osservava quasi immobile, attento al par di me; tendo una mano, fila via.

Pellegrini proverà poi a immergersi con l'ARO, imparerà i pregi e rischi del respirar sott'acqua, sempre guidato da Baucer, che gli piazza una pinzetta al naso per aiutarlo a compensare e a respirare solo con la bocca. Utilizzerà il "Belloni" per la sua prima immersione di un'ora tra i tre e i dieci metri (non male, gli dirà poi Baucer); io lo seguo mentre scopre come lavare il sacco e leggo della calce sodata che oggi manda in brodo di giuggiole i tecniconi che devono sempre fare qualcosa di più.
Tante impressioni e tanti pensieri navigano nel testa e nel cuore di Pellegrini durante quell'ora ma sentite questa, a proposito degli esercizi di svuotamento del sacco, di compensazione, di scarico dell'aria ecc. ecc.:

Tutti concetti precisi, abbastanza semplici, che già mi erano stati spiegati in precedenza e che, al momento dell'immersione, mi venivano soltanto ribaditi; ma ragionare non è lo stesso che agire in base al ragionamento, specie quando ci sia di mezzo la propria incolumità. D'altra parte, a distanza di dieci anni mi rendo conto che i concetti fondamentali martellatimi da Baucer nel cervello, fanno ormai parte del mio istinto. Se tutti coloro che si immergono con l'ossigeno avessero la fortuna di cominciare da nozioni cristalline, disgrazie non ne accadrebbero più. Abbordare l'autorespiratore senza conoscerne la teoria, equivale invece a guidar la macchina senza distinguere tra acceleratore e freno.

Che vi ricorda? ;-)

Adesso leggo delle sue cacce subacquee a cernie, dentici, saraghi e mentre li trafigge un po'mi sento trafitta anch'io ma procedo fiduciosa perché nelle prime pagine ha scritto che per quasi tutti la scoperta del mondo sommerso avviene seguendo l'istinto di predominio e caccia ma che questo approccio è molto limitante. Staremo a vedere.

4 commenti:

Belva ha detto...

bello!
e per il proseguio...la caccia e la pesca erano il motivo fondamentale per il quale, ai primordi, si scendeva.
Ma si viveva tutto in maniera diversa; nella stessa caccia c'era un rispetto per l'elemento che è difficilmente comprensibile ora.
Sono convinto che quello che manca sopratutto ora è la mancanza di quel rispetto.

tatuanja ha detto...

Io continuo, ma qui sventrano squali con i cuccioli ancora in grembo! Vedrò come si evolve.

p.s.
avete notato lo snorkel dallo stesso lato dell'erogatore? Anche nella foto della famigliola la configurazione è quella. Come se già non rompesse le scatole di suo il maledetto tubo!

Libeccio ha detto...

bello davvero
...
attendiamo la prossima puntata.

Fabio Begliatti II ha detto...

Salve a tutti.
Ho letto con molto interesse questo articolo in quanto sono appassionato di storia navale.
So che la moglie di Lino Pellegrini, Elena, è stata la prima persona a vedere e fotografare il relitto del cacciatorpediniere Francesco Nullo nelle acque delle Dahlak.
Un'impresa veramente ardua, visto che la zona è conosciuta per gli squali che la popolano.
Eppure nel web non si trova neanche una foto del Relitto del Francesco Nullo. Quindi, se Lino Pellegrini o qualcuno sapesse dove trovarla, può contattarmi tramite www.africaitaliana.blogspot.it o anche su www.fabiobegliatti.blogspot.it, lasciando un commento.
Sono molto grato a tutti coloro che mi risponderanno.